“La nuova riforma riguardante la cittadinanza italiana ius sanguinis (diritto di sangue), recentemente approvata dal Consiglio dei Ministri, mira a limitare il riconoscimento della cittadinanza ai discendenti diretti degli italiani emigrati dopo l’Unità d’Italia, un movimento migratorio che ha interessato in particolare le Americhe”. Lo afferma Carmelo Vaccaro, Coordinatore S.A.I.G. (Società delle Associazioni Italiane di Ginevra) e consigliere del CGIE.
“Se è vero che questa riforma potrebbe, e sottolineo potrebbe, essere una mossa per combattere i cosiddetti ‘furfanti’, ovvero coloro che approfittano di pratiche poco trasparenti, magari con l’aiuto di agenzie legali senza scrupoli, che contribuiscono ad arricchirsi aggirando le leggi e ottenendo passaporti italiani per chi non ha realmente legami con l’Italia, non possiamo ignorare che nel mezzo di queste pratiche il governo rischia di penalizzare anche chi ha una genuina e profonda connessione con il nostro Paese.
Ci sono moltissimi oriundi che aspirano ad avere la cittadinanza italiana per sentirsi parte integrante della nostra cultura e della nostra storia, e non per opportunismo economico o per altri motivi di convenienza.
Questo Decreto potrebbe sembrare una risposta a un bisogno di ‘selezionare’ coloro che realmente meritano di far parte della nostra comunità nazionale, ma è altrettanto vero che in questa selezione rischiano di venire esclusi molti discendenti che sono legati all’Italia in modo profondo, non solo per origine, ma anche per valori culturali e affettivi”.
“Il fatto che sia stata approvata con un decreto senza alcuna consultazione con il Parlamento o con gli organi di rappresentanza degli italiani nel mondo, come il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), solleva forti dubbi sulla trasparenza e l’inclusività del processo decisionale – sottolinea Vaccaro -.
La normativa sul riacquisto della cittadinanza italiana era già all’ordine del giorno del Consiglio di Presidenza del CGIE, ma le decisioni prese dal governo sembrano essere state adottate senza attendere il parere degli organi competenti, ignorando di fatto il ruolo consultivo e rappresentativo che il CGIE dovrebbe svolgere in questi casi.
In qualità di Consigliere del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), non posso fare a meno di esprimere la mia amarezza per un episodio che ha ulteriormente minato la credibilità dell’organo di rappresentanza.
Alcuni Consiglieri di nomina governativa, rappresentanti di partiti politici dichiaratesi di Centrodestra, hanno pubblicato un comunicato stampa in cui hanno preso una posizione pubblica riguardo alla riforma, senza consultare il Consiglio nel suo insieme.
Questo comportamento, che rischia di mettere in discussione la collegialità del CGIE e crea uno spiacevole precedente, non fa altro che indebolire l’organo stesso, esponendolo a manovre di personalismo, per il solito quarto d’ora di notorietà, che, invece di servire gli interessi degli italiani all’estero, puntano esclusivamente a ottenere visibilità per motivi diversi al ruolo”.